giugno 28th, 2010
IVREA, 27 giugno 2010. Il presidente, il consiglio direttivo, i soci fondatori e tutti i collaboratori dell’associazione “Il testimone ai testimoni” Onlus comunicano con grande dolore la scomparsa del professor Gabriele Rufino, insignito lo scorso 11 giugno del premio “Campione nella vita”.
Nato a Melfi, in provincia di Potenza, il 2 febbraio 1920, dopo essersi diplomato in ragioneria frequentò a Roma, dal 1938 al 1941, la “Farnesina”, cioè l’Istituto Superiore di Educazione Fisica di allora. Successivamente prestò servizio a Cuneo nel corpo degli Alpini, e risale a quel periodo il suo desiderio di venire a vivere in Piemonte. Alla fine della guerra, dopo un periodo di insegnamento svoltosi a Potenza, ottenne il trasferimento nella nostra regione. Ha insegnato educazione fisica a Ivrea in vari ordini di scuole, dal 1947 al 1985; è stato anche docente dell’ISEF di Torino negli anni 1982/85. Dopo il pensionamento si è dedicato al volontariato, portando in tutte le scuole elementari del Canavese il proprio contributo all’insegnamento dell’educazione motoria. Nel corso della sua vita ha inoltre collaborato con diverse riviste e pubblicato numerosi libri, specie sul tema che gli è stato più caro, cioè quello dell’educazione motoria dei bambini. Ci lascia improvvisamente all’età di 90 anni, mentre ancora era all’opera per la stesura di nuove pubblicazioni.
Estratto dall’articolo “Il maestro che colorava lo sport dei bambini” di Maurizio Crosetti (La Repubblica, 2 gennaio 1997)
“Mi chiamo Gabriele Rufino, ho 76 anni, sono un vecchio professore di educazione fisica. Ho insegnato una vita alle medie e nei licei, poi sono andato in pensione nel 1985. Da allora faccio il maestro volontario ai bambini delle elementari, insegno ginnastica in quell’ora che nella tradizione scolastica italiana è sempre stata un intervallo prolungato, una terra di nessuno, un buco nero. Noi proviamo a colorarlo.”
La mattina carico i palloni in macchina perché ogni bambino deve avere un pallone, nessuno deve restare senza. Ci metto anche gli ostacoli per la corsa, fatti con fustini del detersivo, e il salterello che è una specie di pedana elastica: toglie la paura del vuoto. Vado nelle scuole di Ivrea, di Pavone, Settimo Vittone, Banchette. Tutto gratis, benissimo così, mi bastano i soldi della pensione. Copro 19 ore settimanali in 19 classi diverse e le maestre mi dicono che i bambini parlano sempre di me”.
“Quello che conta è il programma. In palestra, di solito, viene prima il riscaldamento, poi la ginnastica e infine, se si sta bravi, il gioco. Io lo chiamo gioco ricatto. Invece è da lì che bisogna partire, si deve osservare la natura del bambino che corre in cortile per capire cosa gli serve, cosa desidera e quale istinto guidare, plasmare.”
“In palestra tutti devono giocare socialmente, devono sostenersi. Anche se provano ad essere uno più forte dell’altro. Ho inventato giochi che li spingono a questo: il “bruco basket”, cioè passarsi il pallone sopra la testa, in fila, e poi tirare a canestro. Oppure “palla nove” con squadre dove tutti hanno identici compiti a rotazione. Giochiamo a pallanuoto sul linoleum: se la palla sfugge, si raggiunge nuotando sul pavimento. Serve a migliorare la scioltezza dei movimenti. Oppure facciamo gare di sci di fondo nell’atrio, strisciando i piedi: ogni strisciata un punto e il bambino deve imparare a contarli bene, senza barare. Alla fine dirà lui il numero esatto. Provano a fregarti la prima volta, magari la seconda, ma dopo capiscono”.
“La tecnica nasce dal gioco, non viceversa. Si comincia con “palla pallina”, avete presente? Contro muro, batti le mani, prendila al volo, ancora sul muro, batti due volte le mani e via così. Noi lo facciamo sulle cadenze di un’antica filastrocca di Melfi, che è il mio paese. La tecnica della presa e del rilancio diventa naturale, poi si può passare al basket”.
“Per formare la squadra facciamo la catena amicale. Si comincia dai due capitani scelti dagli altri perché non litigano, perché sanno farsi voler bene. Ognuno chiama un secondo, questi un terzo e così di seguito. Tutti scelgono tutti, nell’equilibrio dell’amicizia. E sempre, durante le partite, ci ricordiamo del gioco equo: che significa fare un piccolo applauso al compagno e all’avversario capaci di segnare un punto difficile, ma anche chiedere scusa –una cosa rapida, informale, tipo allargare le braccia con un sorriso- se si sbaglia”.
“Una palla che cade può diventare un dramma: nove accusatori e un imputato. Invece, se si sdrammatizza è tutto facile. Ricordo una gara a staffetta: ad un certo punto tocca a una bambina down, corre piano, fa quello che può. Ma ecco che l’avversario prende la sua cadenza, le sta vicino e i compagni battono le mani. Da allora, i bambini mi hanno insegnato come si fa. Come quando giochiamo a basket con qualche ragazzino handicappato. All’inizio nessuno gli passa la palla. “Maestro, ma così perdiamo!”, mi dicono. Gli spiego che non è vero, che si può fare lo stesso. Basta una piccola regola: quando il pallone va fuori, lo rimette in gioco lui. O se lo rimette in gioco un altro, è obbligatorio fargli il primo passaggio”.

